Povero De André

A essere un grande cantautore bisogna assolutamente evitare di morire, per non finire dentro una commemorazione. La commemorazione accorata e sincera trasformerà il grande cantautore in qualcos’altro, un tizio disfunzionale a metà fra Gandhi, Garibaldi, Foscolo e Branko.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 17:34
Immagine di Povero De André
Tutti sono andati da Fabio Fazio, però, per strappare un pezzetto di De André e indossarlo, infilarci dentro la Striscia di Gaza, la scuola, Spoon River, la pace e la tolleranza (“Fabrizio era prima di tutto un pacifista enorme”, ha detto Roberto Vecchioni prima di sbagliare le parole de “La guerra di Piero”). Fazio era giustamente l’uomo più felice del mondo, l’amico di famiglia, il celebrante e il celebrato, l’officiante affettuoso e grato (Luciana Littizzetto continuava a dirgli: “Cosa c’entri tu?”), ma anche lui soffriva insieme con noi spettatori mentre Lucio Dalla dai capelli arancioni leggeva le parole della canzone e quando quello della Premiata Forneria Marconi non riusciva a scandire “Bocca di Rosa” (a parte Gianna Nannini, Tiziano Ferro, Ivano Fossati e Cristiano De André, hanno cantato tutti malissimo, compreso Franco Battiato che ha rovinato “Inverno”).
La serata ha avuto grande successo e ogni invitato ha sfoggiato un bel souvenir di De André, concedendogli in cambio con benevolenza il proprio passaporto culturale (Michele Serra, Giovanna Zucconi, Maurizio Maggiani, hanno avuto in dono un Fabrizio De André a loro immagine), proprio a lui che, diceva, non voleva condurre nessuno da nessuna parte perché non avrebbe saputo dove, odiava le interviste perché erano “uno stress evitabile”, temeva di essere invadente ed era sanamente pigro. Poiché tutti fanno come gli pare, si potrà allora rubare un altro pezzo di De André a uso personale, solo con i suoi versi (da “La domenica delle salme”): “Gli ultimi viandanti ci guardarono cantare/ Per una mezzoretta/ Poi ci mandarono a cagare”.